• Il medico e il paziente anziano. Considerazioni su un rapporto impegnativo per entrambi

    Il medico e il paziente anziano. Considerazioni su un rapporto impegnativo per entrambi

    a cura del Dott. Elio Musco, Geriatra

    Quando rivolgersi al “medico dei vecchi”?

    Una tale decisione non viene presa a cuor leggero. Comporta il riconoscersi vecchio e non è facile sentirsi appartenente ad una categoria in cui abbondano attributi quali fragilità, vulnerabilità, minore considerazione da parte degli altri, soprattutto maggiore vicinanza alla fine della nostra esistenza.

    Al geriatra, il “medico dei vecchi”, si arriva spesso quando i nostri problemi di salute non sono stati risolti e cerchiamo un altro parere da chi riteniamo più competente per le persone “anziane”.

    Non è facile stabilire con precisione, in termini numerici, quando inizia l’età anziana stante l’enorme variabilità da individuo a individuo riguardo all’efficienza, all’impegno sociale, al senso del benessere e ad altri parametri che potrebbero definire la categoria degli anziani

    Un criterio formale seguito fino ad oggi è quello che fa coincidere l’inizio dell’età anziana con i 65 anni, momento dell’andata in pensione. È anche vero che è vecchio chi si sente e si comporta da vecchio, chi finisce coll’introiettare (termine mutuato dalla psicoanalisi), assimilare, fare propria l’immagine di come l’ambiente lo vede e lo considera, immagine molto spesso riduttiva e negativa. È il concetto del “self looking glass” formulato all’inizio del ‘900 dal sociologo americano Denton Cooley.

    Vediamo chi è il geriatra, il medico a cui ci si rivolge quando non siamo più negli anni verdi.

    È il medico che ha più dimestichezza con i caratteri specifici che le malattie possono assumere in età avanzata e, soprattutto, ha una conoscenza multidisciplinare, relativa all’anziano, che comprende aspetti biologici, sociali, psicologici, comportamentali e ambientali.

    Tra i compiti più importanti del geriatra c’è l’individuazione dei fattori di rischio che, non controllati, finirebbero col compromettere ulteriormente la salute e portare a quell’invecchiamento patologico, innesco di una serie di eventi negativi quali compromissione del benessere, perdita di autonomia, riduzione dell’aspettativa di vita.

    Le più recenti scoperte delle neuroscienze hanno confermato l’importanza fondamentale di una continua stimolazione del cervello, organo fondamentale in quel processo di adattamento che permette all’anziano di mantenere il contatto coll’ambiente evitando isolamento, depressione e, molto spesso, inizio di una compromissione delle funzioni cognitive.

    Il geriatra deve essere quindi un educatore, non limitarsi alla cura del paziente, ma seguirlo nel percorso verso la guarigione e la riconquista, fin dove è possibile, di una completa autonomia. Si tratta di una vera e propria educazione ad invecchiare o Geragogia.

    Accanto al bagaglio di conoscenze di tipo medico che costituiscono la formazione professionale di ogni sanitario, al geriatra si richiede una particolare preparazione che gli permetta di stabilire un rapporto empatico, una capacità di far sentire l’anziano a proprio agio, sicuro di essere compreso e aiutato.

    Una tale capacità che viene richiesta al geriatra, accanto alla necessaria preparazione professionale, presuppone una maturazione e quindi una stabilità emotiva che gli permetta di affrontare col massimo impegno anche le situazioni più gravi evitando giudizi frettolosi quali “non c’è niente da fare data l’età”. Tale comportamento può essere determinato, senza che il medico ne sia consapevole, dalle sue angosce di morte. È come prendere le distanze dalla realtà della nostra morte evocata, in quel momento, dal paziente anziano in gravi condizioni.

    Altra causa di “fuga” dal malato grave potrebbe essere la crisi della nostra onnipotenza e anche in questo caso l’età avanzata del nostro paziente è spesso un alibi utile alla nostra coscienza.

    Leave a reply →

Photostream